
File server su cloud con SharePoint Online per PMI Torino
Il file server aziendale è lento da remoto, senza versioni e a rischio guasto. Ecco come migrare le cartelle condivise su SharePoint e OneDrive in una PMI di Torino.
Leggi l'articoloUn backup non basta a far ripartire una PMI dopo un guasto o un attacco informatico. Come un piano di disaster recovery con obiettivi di tempo e di dati protegge le PMI di Torino.

Introduzione

Il disaster recovery è l'insieme di procedure, strumenti e risorse che permette a un'azienda di ripristinare i propri sistemi informatici e i propri dati dopo un evento che li rende indisponibili: un guasto hardware, un attacco ransomware, un errore umano, un incendio o un allagamento della sala server. In altre parole, il disaster recovery risponde a una sola domanda: quando qualcosa va storto, in quanto tempo e con quali dati torniamo operativi?
È un tema che per anni le piccole e medie imprese hanno considerato roba da grandi aziende, salvo poi scoprire sulla propria pelle quanto costa un fermo. Il contesto, intanto, è peggiorato: secondo il Rapporto Clusit 2026, nel 2025 gli attacchi informatici gravi contro organizzazioni italiane sono cresciuti del 42% rispetto all'anno precedente, e l'Italia da sola concentra il 9,6% degli attacchi gravi rilevati a livello globale. Allo stesso tempo le aziende sono sempre più dipendenti dai propri sistemi: il gestionale, la posta, i file condivisi, il software di produzione. Se si fermano, si ferma tutto.
AscenSys, società IT di Torino, progetta e gestisce piani di disaster recovery e di continuità operativa per le PMI del Piemonte. In questo articolo spieghiamo che cosa distingue un vero piano di ripristino da un semplice backup, come si misura con due numeri concreti (RTO e RPO), quali soluzioni cloud rendono oggi il disaster recovery accessibile anche a un'azienda di venti persone e come si costruisce un piano che, soprattutto, sia stato testato prima del disastro e non durante.
Il Problema
«Noi il backup lo facciamo»: è la frase che sentiamo più spesso quando chiediamo a un imprenditore come gestisce il rischio di un fermo. Il problema è che il backup e il disaster recovery non sono la stessa cosa, e confonderli è esattamente ciò che trasforma un incidente gestibile in una crisi aziendale.
Un backup è una copia dei dati: serve a non perdere i file. Ma avere una copia dei dati non significa saper ripristinare in tempi utili un intero sistema funzionante, cioè il server, il sistema operativo, le applicazioni, le configurazioni e le utenze. Dopo un ransomware che cripta i server, ritrovarsi con un backup su un disco esterno significa, nella migliore delle ipotesi, giorni di lavoro per rimontare tutto da zero, ammesso che qualcuno sappia com'era configurato.
Il risultato è sempre lo stesso: l'azienda crede di essere protetta, ma non lo è. La protezione non è la copia dei dati, è la capacità dimostrata di tornare operativi entro un tempo deciso in anticipo.
La Soluzione

Un piano di disaster recovery efficace non è un prodotto che si compra, ma un progetto costruito sulle priorità reali dell'azienda. In AscenSys lo affrontiamo in quattro passaggi concreti, sempre a partire da ciò che per quell'azienda significa davvero "essere ferma".
Per le aziende che preferiscono non gestire nulla internamente, il modello più diffuso oggi è il Disaster Recovery as a Service (DRaaS): l'intera infrastruttura di ripristino vive nel cloud, pronta a essere attivata, con un costo mensile prevedibile e senza l'investimento in hardware duplicato. È la strada che consigliamo alla maggior parte delle PMI sotto i cinquanta dipendenti, perché rende accessibile un livello di protezione che fino a pochi anni fa era riservato alle grandi aziende.
Ogni settore ha vincoli diversi: chi gestisce dati sensibili, come uno studio professionale, ha esigenze specifiche di riservatezza e di tempi di ripristino che abbiamo approfondito nella guida dedicata al disaster recovery per gli studi professionali.
Il Focus
Tutto un piano di disaster recovery ruota attorno a due sigle che è bene conoscere, perché traducono in numeri la domanda «quanto posso permettermi di perdere?».
L'RTO (Recovery Time Objective) è il tempo massimo di fermo che l'azienda può tollerare per un sistema prima che il danno diventi grave. Un RTO di quattro ore significa che, qualunque cosa accada, entro quattro ore quel sistema deve essere di nuovo funzionante. Più l'RTO è basso, più la soluzione tecnica è sofisticata e costosa: per questo si definisce sistema per sistema, e non uguale per tutto.
L'RPO (Recovery Point Objective) è la quantità massima di dati che ci si può permettere di perdere, misurata nel tempo. Un RPO di un'ora significa che, nel caso peggiore, si perde al massimo l'ultima ora di lavoro; lo determina la frequenza con cui si fanno le copie. Un gestionale su cui entrano ordini tutto il giorno avrà bisogno di un RPO molto più stretto rispetto a un archivio di documenti che cambia una volta a settimana.
Perché questi due numeri contano così tanto? Perché senza di loro ogni discussione sul disaster recovery resta vaga: non si può scegliere una soluzione, né valutarne il costo, né sapere se quella che si ha è adeguata. Definire RTO e RPO trasforma la continuità operativa da buona intenzione a requisito misurabile. Non è un caso che siano anche il cuore degli obblighi di gestione del rischio e di continuità per le aziende che rientrano tra i soggetti essenziali o importanti ai sensi della direttiva NIS2, recepita in Italia con il d.lgs. 138/2024: per queste organizzazioni avere un piano di continuità testato è un requisito di legge, quando ricorrono le condizioni previste. Per tutte le altre PMI resta la misura di buon senso che separa un incidente da una catastrofe.
Caso Reale

Una PMI manifatturiera dell'hinterland torinese, 28 dipendenti, con la produzione su commessa gestita interamente da un gestionale installato su un singolo server in sede, ci ha contattati dopo uno spavento serio: un aggiornamento andato male aveva reso il server inavviabile per un'intera giornata. Il backup c'era, su un NAS nella stessa stanza, ma nessuno aveva mai provato a ripristinarlo e il ripristino completo è durato quasi due giorni, con la produzione bloccata perché senza gestionale non partivano gli ordini di lavoro in officina.
Abbiamo iniziato dall'analisi di impatto: per questa azienda ogni giorno di fermo del gestionale significava fermare l'officina, quindi l'RTO del sistema critico è stato fissato a quattro ore e l'RPO a un'ora. Abbiamo mantenuto il backup locale veloce per i ripristini immediati, aggiunto una copia cifrata fuori sede nel cloud, protetto gli endpoint contro il ransomware e, soprattutto, scritto una procedura di ripristino passo passo che non dipende da una singola persona.
Il titolare ha commentato: «La differenza non è stata comprare qualcosa, è stato sapere esattamente cosa succede se il server si ferma, e averlo provato quando non eravamo nel panico». Alla prima simulazione di ripristino programmata, sei mesi dopo, il sistema critico è tornato operativo in poco più di due ore: dentro l'obiettivo, e con i dati dell'ultima ora al loro posto.
Prossimi Passi
La domanda da porsi non è «se» accadrà un fermo, ma «quando», e soprattutto «in quanto tempo torneremo operativi». Se oggi non sai rispondere con un numero, il tuo piano di continuità non esiste ancora.
AscenSys, società IT di Torino, offre alle PMI del Piemonte un assessment gratuito della continuità operativa: analizziamo i tuoi sistemi critici, verifichiamo se i backup attuali sono davvero ripristinabili e ti proponiamo un piano di disaster recovery su misura, con RTO e RPO definiti insieme a te. Nessun prodotto preconfezionato: valutiamo il progetto giusto per la tua azienda.
Parliamone: chiamaci allo 011 800 1449, scrivici a generale@ascensys.it oppure contattaci subito su WhatsApp.

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